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La Giustizia è una cosa seria

palmitribunale 500di Claudio Cordova e Angela Panzera - Il dato è inoppugnabile: l'unica categoria che in Italia, ogni tanto (e quindi mai quanto servirebbe), riesce a giudicare, sanzionare e a defenestrare- eventualmente- i propri membri è la magistratura. È stata, infatti, un'azione promossa dal procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, a far partire l'iter che, alcuni giorni fa, ha portato alla condanna a due anni di reclusione, pena sospesa, del giudice Carlo Alberto Indellicati.

I fatti, così come sono acquisiti oggi (e quindi rispettando la sentenza di primo grado), ci mostrano le due facce della magistratura: una, evidentemente, sciatta, ubriacata di potere, probabilmente convinta di impunità, l'altra rigorosa, che non si volta dall'altra parte anche quando c'è da perseguire un collega.

Indellicati avrebbe attestato lo svolgimento di un'udienza, dando atto della presenza di un pubblico ministero, di un avvocato e di un cancelliere. In realtà, tale udienza non si sarebbe mai tenuta. Indellicati è stato giudicato dall'autorità giudiziaria di Catanzaro, competente per i fatti che riguardano i magistrati operanti nel distretto di Corte d'Appello di Reggio Calabria. Il Gup catanzarese lo ha quindi condannato per falso in atto pubblico. Il processo era a carico di un imputato irreperibile. A cagione di tale irreperibilità, l'attività in aula si sarebbe limitata a un mero rinvio: il giudice, comunque, avrebbe dovuto svolgere l'udienza regolarmente, attestando l'impossibilità di celebrare il procedimento.

Così come la legge prevede, così come era doveroso compiere.

Indellicati – stando alle indagini della Procura di Catanzaro – nel momento in cui si sarebbe dovuta celebrare l'udienza si sarebbe trovato altrove. E, però, il verbale (divenuto corpo del reato nel corso del procedimento) avrebbe attestato lo svolgimento regolare dell'udienza. Un'udienza a cui il pm indicato nel verbale non avrebbe mai presenziato. Ed ecco che la vicenda viene a "galla". Da qui, l'intervento del procuratore Sferlazza. Un intervento doveroso e non discrezionale. Il procuratore Sferlazza, da uomo di legge quale è, era infatti obbligato a vederci chiaro. E il suo intervento è infatti, un intervento che riequilibra i piatti della giustizia.

Intervento doveroso per (almeno) due motivi. L'insegnamento, in primis. A ritrovarsi di fronte alle condotte di Indellicati, infatti, sono due giovani pubblici ministeri, al primo incarico in carriera, che subito informano, con una relazione, il procuratore capo: voltarsi dall'altra parte, "chiudere un occhio", essere comprensivi con un collega, sarebbe stato un messaggio devastante per chi, da relativamente poco tempo, si approccia con il ruolo di magistrato, che non è solo quello di essere un dipendente pubblico (con l'obbligo, quindi, di adempiere ad esso con disciplina e onore), ma di rappresentare un potere dello Stato. Con quale spirito avrebbero svolto i successivi anni di carriera? Con l'idea che la giustizia è una clava da utilizzare solo verso i più deboli? Verso chi non è protetto? Tralasciando, quindi, chi è "potente"?

La Giustizia è un'altra cosa.

D'altra parte, è inaccettabile il comportamento fin qui accertato da parte di Indellicati, soprattutto perché arriverebbe da parte di chi è profumatamente retribuito, per svolgere una funzione fondamentale: amministrare giustizia e decidere della libertà dei cittadini. Quella condotta (che, si spera, sia stato solo un caso isolato e non una prassi) sembra essere l'emblema di come spesso venga gestito il proprio potere, di come la giurisdizione non venga vista come un servizio al cittadino, ma come una noiosa incombenza. Che messaggio sarebbe arrivato, se la Procura di Palmi non avesse inviato gli atti a Catanzaro (competente per i fatti che riguardano magistrati operanti nel Distretto di Reggio Calabria)? Un messaggio devastante, di una casta che brucia i panni sporchi, un sistema che va in autotutela, non appena a farla grossa è uno di "loro". Oltre che un messaggio che sarebbe divenuto un'omissione, e quindi un altro reato.

La vicenda si colorerebbe maggiormente della presunta complicità di un ulteriore magistrato, che avrebbe fornito un "alibi" a Indellicati sui fatti avvenuti nel corso della mattinata oggetto dell'inchiesta: l'autorità giudiziaria di Catanzaro, tuttavia, non ha creduto a tale versione, anche attraverso attività investigative stringenti, come l'acquisizione dei tabulati telefonici, strumento invasivo, ma evidentemente necessario. Ed è per questo il gup ha trasmesso gli atti alla Procura di Catanzaro affinché valuti le condotte di questo altro magistrato il quale, in questa fase, avrebbe mentito all'autorità giudiziaria per "coprire", per "aiutare" sostanzialmente, un collega nonché amico. Quante volte questo giudice avrà sentito in aula testimoni mentire per "aiutare" l'imputato alla sbarra? Centinaia, considerata la lunga carriera alle spalle. E a volte, a salire sul banco dei testimoni, non sono persone con una laurea in giurisprudenza e il superamento di un concorso- peraltro difficilissimo- in magistratura, quindi di un elevato spessore culturale, ma sono persone che a malapena parlano la lingua italiana e si ritrovano - come giusto che sia - all'esito della loro testimonianza - la trasmissione degli atti alla Procura per il reato di falsa testimonianza.

Pur nella ignominia dei fatti fin qui accertati, il messaggio che deve arrivare ai cittadini è chiaro: non ci sono più alibi per non essere onesti.

Non ci sono più alibi per non vivere e lavorare come la legge impone. Tutti i cittadini sono obbligati ad osservare leggi e regolamenti. Il giudice Falcone ci ha lasciato tanti insegnamenti. Uno, su tutti calza a pennello in questa triste vicenda: "Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia,perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore,basta che ognuno faccia il proprio dovere". E il giudice Indellicati aveva il dovere, perché lo prevede il codice di procedura penale, di compiere quella udienza pur sapendo che si trattava di un mero rinvio. Quante volte giudici, pm, avvocati, cancellieri, assistenti giudiziari, e tutto il "personale" della giustizia celebrano udienze che sanno già prima, per un motivo o per un altro, che verranno rinviate? Anche in questo caso la risposta è: tante. Eppure ognuno si reca sul posto di lavoro e chi ha un lavoro, di questi tempi, deve solo esserne grato.

A Reggio Calabria con l'arrivo di Giuseppe Pignatone, con il successivo corso targato Federico Cafiero De Raho, e tuttora, sono finiti i tempi in cui i magistrati erano dei re del territorio, in cui potevano pensare di fare ciò che più li aggradava, restando impuniti.

Non credere nella giustizia e in alcuni uomini che la amministrano con disciplina e onore, su territori di frontiera, è ormai qualcosa di criminale.