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Il vecchio e il mare delle verità

agostinodi Ariella Lea Heemanti - Parlando di sé Bruno Contrada ha detto, parafrasando malamente Ovidio, che è "ingiusto e inumano che un vecchio continui a combattere". Nell'atrio di una biblioteca palermitana, una sera di piena estate, durante la commemorazione di Giorgio Boris Giuliano, lo sguardo del vecchio Vincenzo Agostino continua a errare, a narrare e a invocare, in un silenzio di roccia e d'acqua che la scava, la ricerca della verità per suo figlio, il poliziotto Nino Agostino, per sua moglie Ida e per il figlio che lei portava in grembo quando essi furono uccisi. Tutti e tre. Una mattina d'agosto, a Villagrazia di Carini, lo sposo e la sposa felici, il compleanno della sorella di lui, il bimbo di cui proprio allora avevano saputo. Una motocicletta che arriva, alle spalle, come sempre, gli assassini, la loro pavida fuga. I corpi di Nino e Ida vicini, perché lei strisciò sul selciato per morire insieme a lui, l'ultima forza, l'ultimo respiro, l'ultimo battito del cuore di un bimbo non nato. E le mani vili di chi ancora stende su quel mare che Nino e Ida amavano una coltre di catrame, perché persino dall'acqua del mare non debba risalire, scuotendone le fondamenta stesse, quell'anelito alla verità, quella battaglia disperata e umana per la giustizia, che Vincenzo Agostino ha promesso di non abbandonare e che da ventotto anni egli pianta, ogni volta, come un albero nella terra. Fa caldo e il capo del vecchio Vincenzo Agostino un po' trema, per la stanchezza, per il sentimento di essere affranto.

Ma il suo sguardo profetico e azzurro continua a errare, a narrare, a invocare. Egli invoca lo Stato. Per esso suo figlio è morto, dice. Ed è esso che deve portargli, come a un re Priamo uscito a riportare a casa il corpo di Ettore, la verità sull'uccisione di Nino, di Ida che morendo puntava i suoi occhi smaglianti e vivi sugli assassini, per riconoscerli e lasciare in eredità il suo grido: «Io ti conosco». Sì il capo di Vincenzo Agostino un po' trema per la fatica, e per il pianto, per la solitudine, per l'amore, degli altri, di Augusta, sua moglie, che insieme a lui combatte. Ma la sua stessa barba è un ordito di battaglie, di testimonianza e fede. La sua memoria e i suoi ricordi sono limpidi, alti. Gli assassini e coloro che hanno sporcato di catrame il mare perché non traspaia da esso la verità non sanno che Vincenzo portava Nino in barca, a pescare, che il vecchio sente ancora il suo odore. Il fianco è ancora caldo per suo figlio che persino da grande voleva dormire accanto a lui. E che per questo, anche per questo egli piange (*), e anche il pianto è una lotta, le lacrime di un vecchio che continua a combattere, e ciò non è turpe, ma umano e forte. Fuori dalla questura di Palermo Vincenzo Agostino si ricorda dell'albero che piantò a Reggio Calabria, così tanti anni fa. Gli anni della ricerca e dell'invocazione della giustizia. Un albero dai fiori bianchi, dice. «Ti ricordi che lo piantammo?» chiede alla cronista. Egli è in piedi, come quell'albero. Non tentenna. Nei giorni della commemorazione di suo figlio, di sua nuora, di un nipotino non nato, ancora combatte. E tutto questo non è ingiusto. Ingiusta è la menzogna. La negazione della verità, del diritto, della bellezza umana di un uomo vecchio che per essi ancora combatte stanco. Azzurro e profetico il suo sguardo. Come quel mare di verità ricoperte di catrame, che si libereranno.

(*) Intervista a Giorgio Mannino, associazione Memoria e Futuro