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La parabola dei 5 stelle

Di Maio Luigi 9 novembredi Nino Mallamaci* - Guglielmo Giannini. Mario Segni. Matteo Renzi. Luigi Di Maio. Pensando all'ultimo della serie, mi vengono in mente gli altri tre.

Giannini fu il fondatore dell'Uomo qualunque, e a cavallo tra la fine della seconda guerra mondiale e il periodo immediatamente successivo riuscì a partorire un soggetto politico dal nulla portandolo a risultati elettorali rilevanti. Dopo qualche anno, dell'Uomo qualunque era rimasto solo un termine, qualunquismo, divenuto popolare tanto da essere utilizzato anche fuori dal perimetro dagli addetti ai lavori della politica.

Segni fu il protagonista indiscusso della stagione referendaria dei primi anni 90. Creata Alleanza democratica, e vinto il referendum per il maggioritario, mentre Tangentopoli radeva a zero la cosiddetta Prima Repubblica, erano tanti gli italiani che guardavano a Mariotto come l' "homo novus" capace di scardinare definitivamente il sistema - del quale, è bene ricordarlo, egli era stato per anni parte integrante - per dare un nuovo assetto alla politica e alle Istituzioni italiane. Dopo solo qualche anno, Segni era già equiparato a qualcuno che, realizzato un tredici al totocalcio, si perde la schedina.

Renzi, e questa è storia recente, è riuscito a scalare il maggiore partito del centro sinistra facendo dell'innovazione e del rinnovamento le sue bandiere. La rottamazione, pratica utilizzata fino a quel momento quasi esclusivamente nel campo dei veicoli a motore, è stata elevata dal sindaco di Firenze a progetto politico, nel quale lui stesso era il rottamatore e persone in carne e ossa i rottamati. Questo è il personaggio. Ma tant'è: anche grazie a questo linguaggio, accompagnato da una indubbia capacità di fascinazione nel prospettare un Paese da "rivoltare come un calzino", venne percepito pure lui come il politico in grado di fare dopo aver promesso, di condurre l'Italia fuori dalla crisi economica, di portare a compimento una riforma complessiva delle Istituzioni per riavvicinare ad esse i cittadini. Il 41 % del 2014 sembrava dargli ragione, e anche Renzi deve aver creduto di aver ottenuto dal popolo italiano una cambiale in bianco e senza scadenza. Come è andata a finire lo sappiamo tutti. L'ultima occasione per rientrare in gioco l'ha buttata a mare opponendosi alla trattativa coi 5 Stelle per la formazione di un possibile Governo. Ma con i se e i ma...

E veniamo a Di Maio. Ovviamente, per lui il ragionamento non può essere elaborato coniugando i tempi al passato. E' evidente, tuttavia, che avendolo accostato a tre personaggi – diversissimi tra loro - i quali però, in un modo o nell'altro, e senza esprimere giudizi di merito, hanno conosciuto una parabola da meteoriti della politica italiana, io sono dell'avviso che il suo destino (e quello del suo movimento) non sarà molto diverso dal loro.

E la vicenda della prescrizione non può che alimentare questa previsione. Nel merito, e senza approfondire quanto sarebbe certamente necessario, io sono del parere che questo istituto vada rivisto, in quanto esso è divenuto lo strumento, grazie alle regole introdotte consapevolmente negli ultimi anni per rendere farraginoso e complicato l'iter giurisdizionale, per consentire a chi si può permettere un buon avvocato di sfuggire alle maglie della giustizia.

Detto ciò, anche in tale vicenda i 5 Stelle hanno dimostrato di essere pronti a qualsiasi concessione pur di non abbandonare le poltrone governative. Dopo aver per l'ennesima volta abbaiato ultimatum, i cagnolini pentastellati hanno ritirato la coda tra le gambe concedendo all'alleato leghista un rinvio sine die, perché di ciò si tratta, persino in presenza del sospetto che esso serva per ragioni molto più prosaiche legate a vicende giudiziarie di alcuni ex secessionisti oggi sovranisti.

Dopo la tap, l'Ilva, il reddito di cittadinanza - che andrà a regime, se succederà, tra molti mesi - il placet al decreto sicurezza che schianta i diritti umani, i condoni di ogni genere, il blitz dell'Agenzia spaziale, il sì alla legittima difesa che diviene diritto di sparare; dopo tutto questo, i Grillini e il loro capo politico compiono in mezz'ora l'ennesimo, precipitoso, passo indietro. E ciò nonostante i sondaggi a loro così cari, oltre ai risultati delle recenti elezioni, diano, giorno dopo giorno, la rappresentazione plastica di come la strada intrapresa, tradendo le aspettative legittime di chi li ha votati, li stia conducendo dritti dritti sull'orlo del burrone.

La Storia si ripete, mi vien da pensare. In questo caso, tuttavia, c'è un'aggravante non da poco. Quella di aver provocato uno slittamento verso la destra più aggressiva, retriva, pericolosa, dell'assetto politico italiano; di aver determinato lo sdoganamento anche nel popolo italiano di pratiche, atteggiamenti, linguaggi, che dopo la tragedia del fascismo apparivano ormai consegnati alla memoria collettiva, da non rimuovere come invece sta accadendo sotto i nostri occhi.

Queste sono le uniche certezze che mi sento di esternare. Il periodo che attraversiamo, buio fino all'inverosimile, non consente di avventurarsi in altre considerazioni sul futuro. Mai, come in questo momento, bisogna affidarsi alla capacità di reazione della parte sana della società italiana, nella speranza che i focolai di resistenza emersi a macchia di leopardo maturino fino a germogliare in un credibile progetto politico.

*Avvocato e scrittore