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“Caro Vincenzo...”

di Nino Mallamaci* - Caro Vincenzo,
spero che tu possa leggere questa mia, in qualche modo. In ogni caso, non posso proprio fare a meno di scriverla indirizzandola a te. Tu te ne sei andato molto prima del giusto, dopo aver studiato ed essere diventato un ottimo medico. Una storia parallela a quella di mio cugino Luciano, col quale, mi hai raccontato una volta, ti incontravi a molti appuntamenti scientifici che riguardavano la vostra comune professione di neurologi. Come forse sai – forse, giacché a noi non è dato sapere ciò che voi sapete o non sapete - io vivo a Reggio da parecchio, tranne una parentesi di cinque anni in cui sono tornato al nostro comune paesello. Il venerdì sera vado al circolo L.e u. di Sbarre, creato da Demetrio Delfino, ad ascoltare Francesco Villari, accompagnato dal maestro Salvatore Familiari, parlare di musica. In particolare, di un disco e di un cantante scelti di volta in volta. Ieri è toccato a De Gregori, e al disco nel quale è inserita la canzone Generale. Francesco intrattiene le persone per ore, senza mai stancare. E' una vera miniera di informazioni sciorinate con grande capacità ed enorme passione, e un esperto di levatura nazionale. Ieri, per esempio, sono rimasto incantato dalla sua lettura della canzone Generale: ha spiegato a noi, appassionati ma non esperti, che abbiamo ascoltato e cantato quel testo innumerevoli volte, come, in effetti, esso sia sì un vero e proprio atto d'accusa contro la guerra, cosa che sapevamo già, ma scritto in maniera delicata e, senza dubbio, originale. E' il metatesto, ci ha chiarito, che dice più delle parole stesse, mettendo in risalto, via via che la canzone scorre, situazioni contrapposte nelle quali l'orrore della guerra viene comparato con la serenità della pace e dell'amore, che trova la sua sublimazione nel raccogliersi tra i propri affetti. Siano essi la casa, i familiari, gli amici, l'ambiente caro nel quale la nostra anima trova conforto e protezione. Ma, se potessi, mi potresti domandare: perché mi racconti tutto questo?
Vedi, Vincenzo, se tu fossi ancora tra noi, se quella schifosa e crudele malattia non ti avesse portato via tanti anni fa, ieri sera stesso io ti avrei scritto o addirittura telefonato, procurandomi il numero da tua mamma, nonna Nina, o da tuo fratello Gianfranco, o da tuo fratello Nino, coi quali siamo in contatto su facebook anche stando lontani. Sai, tu non ci sei arrivato, purtroppo, ma questo tanto vituperato strumento a qualcosa di buono serve pure, oltre che a spargere odio a piene mani. Ma questo è un altro discorso, e a te ora non interessa. Ti avrei telefonato per darti questa notizia. Invece io, continuando nella finzione di scrivere a te, pensando che forse - forse, giacché a noi non è dato sapere ciò che voi leggete o non leggete – hai la possibilità di farlo, in qualche modo, ti rispondo così.
Quando eravamo ragazzi, e tu eri un po' più grande di me, condividevamo una certa visione del mondo e l'ansia di cambiarlo in meglio. Parlavamo, anche quando sei andato a studiare fuori e tornavi per le vacanze, di politica, e anche di musica.

Una sera ci incontrammo per la strada, vicino casa tua, io in macchina e tu a piedi. Stavi andando in piazza Borgo, mi ricordo, per comprare alcune cose prima della partenza per l'università. Era il 1980, più o meno, o l'81. Ci fermammo a chiacchierare, come al solito,e a un certo punto arrivammo alla musica, a De Gregori. Convenimmo sull'opinione, diffusa a quei tempi nel nostro ambiente, che De Gregori, appunto, si fosse un po' allontanato dall'impegno – termine in auge, allora – specialmente con la canzone Buonanotte fiorellino. Una canzonetta, dicesti tu, e io ero d'accordo: mielosa, con un testo melenso e una musica banale, un walzerino da cantante di Sanremo.
Ebbene, caro Vincenzo, io, da quella volta, quando ascolto De Gregori, o ne parlo, io penso a te e a quell'incontro. Per una ragione misteriosa, ci sono episodi apparentemente insignificanti, o meno importanti di altri, che ti si fissano nella mente. Per sempre. E' anche un modo per far vivere, almeno nel ricordo, chi vivo non lo è più. Come quando faccio la barba e penso a mio cugino Paolone. Perché una volta, lui ancora imberbe, mentre io chissà per quale ragione mi radevo a casa sua, mi spiegò che prima di farlo dovevo ammorbidire la pelle del viso usando l'acqua calda: l'aveva visto fare a suo padre.
E allora ieri sera, mentre parlavamo del supposto disimpegno di De Gregori, ho voluto raccontare di quel momento con te, e del nostro comune giudizio su Buonanotte fiorellino. E qui il colpo di scena.
De Gregori, intervistato da Francesco Villari, su sua richiesta gli ha illustrato il significato di quella canzone. Il testo parla di una ragazza morta, forse addirittura per suicidio, affogando in mare. Un suo amore adolescenziale al quale lui ha dedicato questa canzone anni dopo, accoppiando al testo una musica leggera per rendere il pezzo meno drammatico, come sempre fa questo grande artista secondo quanto da lui stesso affermato.
Hai capito, caro Vincenzo? Forse leggerai - forse, giacché a noi non è dato sapere ciò che voi leggete o non leggete – e finalmente ti potrai ricredere su Buonanotte fiorellino, come ho fatto io a 40 anni di distanza. E chissà, caro Vincenzo, ragazzo intelligente, studioso, impegnato, strappato al mondo prima del giusto, che sia stato il fato, il destino, o chissà chi o cosa, a farci incontrare, quella sera, prima della tua partenza della mattina dopo per l'università, per regalare attraverso la mia memoria il tuo ricordo a tutti coloro che ti hanno conosciuto e ti hanno voluto bene.

*scrittore e avvocato