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Imprenditoria infantile

domenica delle palmedi Nino Mallamaci* - La domenica delle Palme fu il primo banco di prova per testare le capacità imprenditoriali mie e di mio fratello Bruno. In verità, se avessimo avuto coscienza, a quell'età, dell'influenza dei geni nel determinare le attitudini delle persone, forse ci saremmo astenuti e dedicati a qualcos'altro. Mio nonno paterno Nino, infatti, ha dato prova durante la sua vita densa di accadimenti di potersi occupare di tutto, tranne che di affari. Ci provò con una linea di autobus che, prima di altre avviate solo molto dopo con successo, copriva il tragitto tra il mio paese e la città. Il difetto di quell'iniziativa stava tutto nel suo titolare, perché c'era una scena che si ripeteva spesso sul torpedone. "Don Ninu, oggi non ll'aiu i sordi mi vi pagu u bigliettu". E don Ninu: "Non vi preoccupati, non è chi vi fazzu scindiri, a prossima vota pagati". Si può immaginare come andò a finire. Poi don Ninu avviò un'attività di vendita di prodotti dell'edilizia, con annesso camion per trasportare quelli e altro, alla bisogna. I colloqui tra lui e la clientela erano spesso dello stesso tenore di quelli sull'autobus, solo che al posto del biglietto c'era un sacco di cemento, un camion di sabbia, dieci bacchette di ferro. E così, mentre cresceva il patrimonio immobiliare del paese, parallelamente decresceva l'attività di don Ninu, fino alla chiusura definitiva.

Io e mio fratello, invece, nel periodo delle Palme potevamo usufruire di uno zoccolo duro di acquirenti che pagava all'impronta: i parenti. La materia prima era gratuita perché era a nostra disposizione vicino a casa nostra, come per tutti gli altri. Il problema stava tutto nella domanda. Esauriti i parenti, essa rimaneva allo stato potenziale, perché noi ci vergognavamo a proporre la nostra merce agli estranei. Dopotutto, eravamo di famiglia benestante, anche se il capo (mio padre) lesinava le risorse per educarci a uno stile di vita più che sobrio.

Un altro tentativo imprenditoriale lo compimmo tempo dopo, quando capimmo che mio padre era un tipo dalle passioni grandi, ma passeggere. A un certo punto aveva scoperto la caccia, e si era comprato un fucile e una scorta di cartucce che sarebbe potuta bastare per svariate battute e per una decina di persone. Era uno che pensava in grande. La passione, però, si fermò allo stadio teorico, cosicché le cartucce, abbandonate in un armadio fuori dalla vista di sorelle e madre per mesi, cominciarono a solleticare il nostro cervellino. Anche in questo caso, quindi, e fu una costante delle nostre puntate nel business, il commercio si basava su un approvvigionamento senza costi. Un giorno, prendemmo una decina di scatole di cartucce già caricate e ci recammo nel negozio del paese che le vendeva. Il titolare accettò di buon grado la transazione, anche perché ci pagò la merce a un decimo del suo valore reale. Dopo di che, un giorno mio padre buttò lì, en passant, senza enfasi alcuna: "Domenica vado a caccia, per favore Bruno vai a prendermi una scatola di cartucce". Sapeva tutto! L'acquirente, dopo aver fatto l'affare, gli aveva spifferato per intero la storia. Le cartucce, però, se le tenne, e noi la passammo liscia perché mio padre si mostrò magnanimo. Addirittura, se non ricordo male, non ci fece neanche restituire i soldi. Forse, in fondo, apprezzava i nostri tentativi di guadagnarci la pagnotta.

Il terzo tentativo che mi viene in mente lo imbastimmo in trasferta, nella capitale. Ospiti di nostri parenti per un mese intero, avevamo accumulato una gran quantità di fumetti che ci venivano regalati ogni giorno. Inoltre, un nostro cugino molto più grande ne aveva altri conservati nella casa paterna, mentre lui viveva altrove. Raccolto tutto il materiale che ci serviva, ci piazzammo in strada con i nostri (nostri, vabbò) giornaletti ben distribuiti sul marciapiede, a distanza di sicurezza da casa. Dopo qualche ora sotto il sole cocente d'agosto, capimmo che anche quell'impresa non avrebbe sortito gli effetti sperati. Gocciolanti di sudore, ce ne tornammo a casa con queste buste pesantissime che avevamo sperato di non dover riportare indietro.

Un altro progetto imprenditoriale della premiata ditta Brunenino s.a.s. ebbe una matrice, per così dire, culturale. Nel solito armadio c'era un'intera, enorme scansia, piena di libri di scuola di ogni genere, tutti quelli che si erano accumulati in anni di studio nostri e soprattutto delle nostre sorelle, più grandi di noi. Anzi: nostri solo quelli delle medie, perché quelli del liceo li vendevamo senza alcuna remora all'inizio dell'anno scolastico successivo. La lampadina di Archimede si accese nelle nostre testoline passando la mattina davanti al chioschetto del famoso poeta Balia, pieno di libri usati per ogni genere di necessità. Una sera, lontani da occhi indiscreti, preparammo una decina di pesantissime buste strapiene di volumi. La mattina dopo salimmo sull'autobus e, con non chalance, sistemammo il nostro carico alla meglio, mentre l'autista ci guardava sospettoso ma senza profferir parola. La parte più impegnativa, però, doveva ancora arrivare. In città, infatti, la piazza di arrivo del pullman distava dal nostro potenziale acquirente più o meno un chilometro. Per fortuna, i nostri soliti amici ci aiutarono a trasportare la pregiata merce. Arrivati dal poeta, cominciammo a trattare sul prezzo, convinti che, con una cinquantina almeno di libri, usati ma in ottimo stato, ci saremmo sistemati per un bel po'. Oh, delusione cocente! Per tutto quel ben di dio, testimone di anni di studio costante delle nostre sorelle, il nostro interlocutore, ben più sgamato di noi per gli affari, ci offriva veramente una miseria! Ma chi aveva il coraggio di dire ai nostri amici che avremmo dovuto portare appresso, all'andata e al ritorno, quel carico da bestie da soma? Fu così che, messa in tasca, mi sembra, una banconota da diecimila, abbandonammo sul marciapiede di Balia tutto quel sapere e andammo via con al coda tra le gambe. Solo tempo dopo, le legittime proprietarie della merce si sarebbero accorte della sottrazione, ma ormai era troppo tardi per rimediare.

Mio nonno Nino, guardando da sopra una nuvola quegli imprenditori falliti, avrà sorriso pensando: sono nipoti miei, non c'è alcun dubbio.

*Avvocato e scrittore